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L’impresa di Fiume

La si potrebbe definire la spedizione di un manipolo di avventurieri, ed effettivamente l’esperienza breve della celebre Impresa di Fiume è una delle pagine più trascurate della recente storia italiana, ad un anno dalla chiusura del primo conflitto mondiale del 15-18.

Dopo che i trattati di pace avevano stabilito che la città istriana di Fiume restasse alla Jugoslavia il celebre poeta Gabriele d’Annunzio, insieme con un gruppo di legionari, ex combattenti ed arditi la occuperà nel settembre del 1919, senza che le truppe italiane di stanza nella città opponessero resistenza all’improvvisato esercito.

Siamo in anni difficili per il paese italiano, uscito si vittorioso dalla guerra ma con una estrema instabilità interna, con migliaia di soldati che, fatto ritorno a casa non trovano alcun beneficio dall’aver trascorso tanti anni al fronte, Manca il lavoro, la fame e la povertà dilagano, si fanno sentire fortemente le spinte rivoluzionarie e nazionaliste.

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L’intenzione di D’Annunzio era di spingere con una sorta di provocazione il governo italiano a ribadire la sua volontà di acquisire i territori istriani, ma in effetti sia il governo che i rappresentanti allora più importanti delle varie forze politiche e sociali, trai quali stava emergendo anche Mussolini, snobberanno l’impresa, ed isoleranno D’annunzio e la città senza prendere alcuna decisione in merito.

Da subito per contro la città fiumana diventerà la meta di una serie di personaggi molto particolari, dagli anarchici ai socialisti, dagli sbandati di guerra agli arditi, da ex aviatori avventurieri e giovani artisti futuristi, un crogiolo di giovani che, a differenza delle diplomazie europee vedevano nell’esperienza il seme di qualcosa di nuovo.

La città resisterà per circa un anno alle pressioni dello Stato Italiano, finchè, nel natale del 1920 la città verrà sgomberata da truppe italiane su ordine di Giovanni Giolitti.